WFTU. Meeting 'Nord Africa e Medio Oriente, imperialismo, internazionalismo e ruolo del movimento sindacale'. Intervento di Leonardi

Pubblichiamo l'intervento di Leonardi al meeting organizzato dal WFTU a Strasburgo il 13 e 14 settembre 2011, dal titolo 'Intervento imperialista in Nord Africa e Medio Oriente, Internazionalismo e ruolo del movimento sindacale'.

 

Cari compagni


Sono molto onorato di poter partecipare a questo importante seminario e voglio ringraziare la segreteria del WFTU e il Compagno Mavrikos per l’opportunità di poter intervenire con un contributo che spero sia utile a tutti.

Molti paesi del Medio Oriente e del Nord Africa hanno conosciuto un'ondata di sollevazioni popolari ed i popoli di Tunisia ed Egitto sono riusciti a sovvertire i loro governi e cacciare i presidenti di lunga data, assoggettati all’imperialismo. L'intervento militare dei paesi della NATO e degli altri paesi in Libia, l'intervento delle truppe saudite nel Bahrain, le ingerenze e la sovversione in Siria, mostrano che, in seguito alla crisi, si intensifica la rivalità tra le potenze imperialiste e la lotta per il controllo delle risorse naturali e le vie di trasporto energetico.
E’ apparso subito chiaro come le sollevazioni fossero in stretto rapporto con le ricadute della crisi economica e di come l’Occidente è stato colto di sorpresa dall’esplosione delle rivolte partite con le parole d’ordine: pane, libertà, dignità e giustizia sociale, che hanno portato in Tunisia e in Egitto alla destituzione dei dittatori corrotti e alleati delle potenze imperialiste.

Voglio provare ad affrontare l’argomento di questo seminario proprio partendo dall’analisi della funzione degli interessi dell’Unione Europea cioè di uno dei due poli imperialisti in competizione egemonica, nelle vicende che stanno attraversando molti Paesi africani dell’area mediterranea.
 
Ci troviamo nel mezzo di una crisi sistemica mondiale che si rivela asimmetrica, cioè colpisce in particolare le economie e i sistemi di comando degli USA e dell’Europa mentre di fatto favorisce la crescita delle potenze economiche emergenti.

Dentro questo contesto di crisi mondiale si stanno scontrando con forza due competitori, il blocco imperialista statunitense e quello europeo per conquistare egemonia e mercati.

Il 60% del PIL mondiale è nelle mani dei centri imperialisti e si sta determinando una sempre maggiore divaricazione fra gli USA e l’UE mentre cresce il conflitto tra l’area del dollaro e quella dell’euro. Mentre, infatti, gli Stati Uniti hanno provato a riproporre la politica del sostegno alla domanda, stampando dollari ed utilizzando il debito pubblico e privato, l’Unione Europea, pur mantenendo nel suo centro economico la funzione di mercato di consumo, si sta orientando verso un ruolo anche manifatturiero di produzione di merci, funzionale al modello esportatore tedesco anche dentro i confini dell’Europa e di erogazione di servizi in particolare a carattere bancario e assicurativo.
L’Unione Europea sta attuando una politica aggressiva contro i lavoratori, realizzata attraverso il ruolo centrale della borghesia tedesca, e la competizione con quella francese anche se quest’ultima è ancora subordinata sul piano economico ma non su quello militare. Tale politica di  potenza da parte dell’Europolo è necessaria per il contenimento del debito pubblico che è funzionale a salvaguardare i parametri di riferimento dell’euro, a stabilizzare il sistema economico continentale e ad utilizzare le crisi del debito sovrano dei vari paesi per stabilire una gerarchia politica all’interno della stessa Unione Europea, che rafforza anche la stessa egemonia economica tedesca.
 
La gerarchizzazione interna all’Unione Europea individua 5 aree ben definite dal punto di vista produttivo ed economico: l’Europa centrale (quella del modello esportatore tedesco, appoggiato e affiancato dalla borghesia francese), i paesi Nord europei (quelli del keynesismo sociale, cioè del mantenimento del welfare nei termini ancora possibili), i paesi a  economia debole come Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna (i cosiddetti PIIGS), i paesi dell’Est-europeo (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Romania ecc.) cioè quelli della delocalizzazione produttiva (utili per tentare di risolvere la conflittualità sul versante del costo e dei diritti del lavoro) e la zona  Afro-Mediterranea (Algeria, Marocco, Tunisia, ecc...), con un esercito salariale di riserva che alimenta sempre più massicci flussi migratori da una zona detentrice di risorse energetiche strategiche per il tentativo di rilancio della nuova economia capitalista, e che è sempre più integrata nella dimensione europea, ormai anche attraverso i bombardamenti, per il ruolo loro assegnato nella nuova divisione internazionale del lavoro.

L’area semiperiferica dell’Europa assume quindi una funzione sub imperialista nei confronti delle aree periferiche, Europa dell’est e Africa Mediterranea, dove la delocalizzazione di interi segmenti del ciclo produttivo e lo sfruttamento di forza lavoro a basso costo, sono funzionali alla nuova configurazione della divisione internazionale del lavoro

E’ nei paesi della periferia produttiva dell’Europa, allargata al lato sud del mediterraneo, che le contraddizioni hanno prodotto le grandi rivolte popolari contro i regimi corrotti e filo-occidentali, come avvenuto in Tunisia e in Egitto, oggi bersaglio delle pressioni contro-rivoluzionarie interessate alla normalizzazione dell’area.
L'acuirsi della crisi favorisce la delocalizzazione della produzione nelle aree del mondo dove il costo del lavoro è più basso e dove i rapporti di produzione segnano le condizioni più svantaggiose per gli interessi della classe lavoratrice.
Ne conseguono aumento della disoccupazione, la scomparsa dei contratti collettivi, la precarizzazione e l'attacco alle libertà sindacali nel cuore dei paesi capitalisti europei dove gli interessi di classe dei settori popolari sono già duramente colpiti dalle conseguenze della crisi economica.
In questo quadro risulta ormai evidente quanto i paesi a capitalismo maturo abbiano tutto l'interesse alla normalizzazione nelle aree dove più fortemente si sta manifestando la richiesta di democratizzazione della politica e della società, soprattutto dove, come nel caso della Tunisia, le organizzazioni sociali e sindacali hanno avuto un ruolo centrale nel porre al centro le aspettative sociali ed economiche della classe lavoratrice. Pur con le opportune e specifiche distinzioni tra paese e paese, le mobilitazioni popolari in Nord Africa, in Medio Oriente e nei paesi del Golfo hanno impresso in più di un caso un freno all'esportazione delle risorse energetiche minacciando gli interessi delle potenze occidentali, USA e Unione Europea.

L’Unione Europea si sta confrontando con gli Stati Uniti non più solo sul terreno economico ma anche su quello bellico.

Da questa crisi l’occidente capitalista può uscire in due modi, o attraverso un ulteriore sviluppo quantitativo dell’economia capitalista, al centro o nei  paesi periferici, con un aumento della produzione  e dei consumi, o attraverso una distruzione generalizzata di capitale, cioè attraverso una guerra ampia, come avvenuto con la seconda guerra mondiale in relazione alla crisi del 1929.
L’interventismo militare francese nella fase in cui ancora ci si limitava alle pressioni internazionali sulla Libia destabilizzata dalla guerra civile, dimostra che l’attacco della coalizione internazionale alla Libia serve anche ai fini di un riposizionamento interno all’Europa, con la Francia che contrappone all’egemonia economica tedesca il tentativo di essere egemone sul piano militare e di rapina delle risorse. L’accelerazione della competizione globale sta portando i blocchi imperialisti sul terreno dell’espansionismo politico ed economico attraverso l’interventismo militare, come già visto nel caso dell’occupazione dell’Iraq e dell’Afghanistan, che fino ad oggi vedeva come protagonisti soprattutto gli Stati Uniti, ma che ora porta alla ribalta le borghesie dei paesi che all’interno dell’Unione Europea esercitano egemonia.

Il fatto che la Francia abbia spinto maggiormente per l’intervento militare in Libia mentre la Germania, e con lei il resto dell’UE, ha cercato di mantenere un profilo più basso è dovuto soprattutto al fatto che Gheddafi ha rappresentato a lungo un ostacolo per gli interessi francesi, contrastando l’Unione per il Mediterraneo e, con il suo progetto di Banca Africana, è entrato in rotta di collisione con l’area di influenza francese che si sostanzia nella gestione del franco CFA, che da oltre 50 anni controlla 14 economie africane ricche di risorse. Per Sarkozy stabilire relazioni con i rivoltosi rappresenta quindi un doppio vantaggio: garantirsi l’approvvigionamento di combustibili e consentire un intervento diretto in una area di confine con la Tunisia dove la Francia ha forti interessi economici.
L'attacco coloniale alla Libia è scaturito dall’esigenza delle potenze occidentali di accedere alle risorse naturali là dove i costi di estrazione e lavorazione del petrolio e dei gas naturali sono più bassi. La crisi energetica in corso, alimentata anche dalla paura del ricorso al nucleare dopo il disastro di Fukushima ha fatto individuare nel petrolio e nel gas Libico un obbiettivo facilmente ottenibile per assicurare l’approvvigionamento di energia. La debolezza della Libia è dovuta anche alle enormi concessioni offerte dal 2003 in poi da Gheddafi alle nazioni occidentali per poter essere cancellato dal libro degli stati canaglia

A pochi mesi dalla rivolta tunisina ed egiziana contro i regimi di Mubarak e Ben Alì i movimenti di protesta popolare si sono trovati di fronte ad una reazione congiunta di recupero gestita da Stati Uniti, Unione Europea  e monarchie del petrolio che stanno contrastando le rivendicazioni democratiche e di emancipazione sociale .
A distanza di qualche mese è possibile scorgere delle caratteristiche comuni che stanno riportando la situazione nell’ambito della  “normalità”, per dirla con le parole di Obama:  ”evolution but not revolution” cioè indirizzare il cambiamento di dirigenza politica senza compromettere gli interessi delle multinazionali.
Nello stesso tempo in Bahrein le rivolte sono state sedate nel sangue dai Sauditi con il silenzio complice della comunità internazionale,  gli islamici di Ehnada vedono crescere l’agibilità politica in Tunisia, stessa cosa sta avvenendo con i Fratelli mussulmani in Egitto sottoposto al controllo dei militari che godono del gradimento dell’amministrazione USA.

Si intuisce anche un graduale sdoganamento dell’islam politico sotto l’ala protettrice delle monarchie del Golfo utile a riportare sotto controllo un area strategica .
Quello che si sta delineando è un alleanza “conflittuale” per gestire l’emergenza, infatti Unione Europea, Stati Uniti e il Consiglio di Cooperazione del Golfo hanno condiviso piani di aiuto di diversi miliardi e cooperano nelle operazioni militari in Libia .
Per la Siria la strategia sembrava, fino alla pressoché conclusa aggressione alla Libia, quella di lasciar incancrenire le contraddizioni interne al governo del Baath sostenendo le ragioni dell’opposizione. E’ ora invece possibile che la Siria diventi il prossimo obbiettivo nell’area dell’interventismo filo israeliano degli USA e dell’UE
Le contraddizioni interne alla Siria hanno in parte origine nella crisi economica che grava fortemente sul bilancio del paese, ma ci sono ragioni che traggono origine dal nuovo indirizzo economico che vede tagli alla spesa sociale e l’introduzione di processi di privatizzazione.

Il rischio è di trovarci di  fronte ad un ‘89 arabo,  che ridisegna in senso reazionario le alleanze a scapito delle masse popolari e dei movimenti di liberazione.
Da parte sua l'imperialismo occidentale alimenta e sfrutta le divisioni tribali e/o confessionali per preparare il terreno al controllo delle aree di interesse strategico per il capitale, controllo messo in atto attraverso le pressioni politiche, diplomatiche ed economiche degli organismi internazionali e sovranazionali, o attraverso l'intervento militare, come in Libia, dove il keynesismo di guerra risponde anche alle esigenze dovute alla crisi di sovrapproduzione.
Concludendo ritengo che il movimento sindacale internazionale deve quindi proporsi, assieme alla necessaria solidarietà internazionalista nei confronti dei lavoratori del magreb, anche una forte diffusione della conoscenza dei dati strutturali che hanno portato i paesi imperialisti, e in particolare l’Unione Europea, a sostenere inaccettabili ingerenze negli affari interni dei paesi dell’area e addirittura a condurre in proprio una nuova guerra del petrolio in Libia. Se le considerazioni da noi avanzate sulla collocazione dei paesi del nord africa nella sfera di influenza europea sono condivise, allora è necessario che le organizzazioni sindacali europee presenti nel WFTU aprano una forte relazione con le organizzazioni sindacali di classe che già esistono o stanno nascendo nell’area attraverso processi democratici e sostengano il diritto dei lavoratori di quei paesi a definire la propri rappresentanza di classe senza subire ingerenza da parte di chi vuole mantenere inalterati i rapporti di forza tra le classi nonostante le rivolte.



Strasburgo 13 settembre 2011

Pierpaolo Leonardi - USB - Italia

* Questo sito usa i cookies per effettuare statistiche sulla navigazione. Navigando sul sito accetti l'utilizzo dei cookies Ulteriori Informazioni