AINHOA ETXAIDE, SEGRETARIA GENERALE DEL LAB: "L'INDIPENDENZA, UNA QUESTIONE DI POTERE"

Il processo indipendentista è una corsa ad ostacoli. Richiede capacità politica e sociale per schivare i colpi, affrontare le difficoltà e superare i limiti. Un passo alla volta, fino alla fine

La Catalogna avanza sulla sua strada. Con ambizione, verso la prossima stazione. Seguente tappa: la secessione. Occorre definire il processo e realizzarlo, perché questo ha deciso la maggioranza. In queste elezioni non si decide della composizione del parlamento autonomo, si decide sulla rottura con la Stato.

Il discorso della paura ha finito per confondere lo stesso Rajoy. Madrid non ha chiaro se in caso di secessionesi tratterà di catalani, di spagnoli, europei o chissà cosa. Lì sta la differenza. Le catalane e i catalani invece lo hanno ben chiaro, saranno quello che la società catalana deciderà di essere. Punto e basta.

Minacciano che il processo elettorale non è legale, che non rispetta i limiti della Costituzione. Effettivamente non si basa sulla Costituzione ma nella volontà della società catalana. Non è legale, però è legittimo. Questa è la chiave nei processi di autodeterminazione e secessione secondo la normativa internazionale. E’ possibile creare uno Stato catalano se c’è una maggioranza che lo vuole. E’ possibile costruire uno Stato basco se così decidiamo la maggioranza del popolo basco.

Adesso minacciano di espellerli dall’Unione Europea. Il potere economico e politico pretende di condizionare e cambiare i risultati delle elezioni facendo leva sulla paura. Sintomi evidenti di quanto sia malata la democrazia europea. Non è insignificante quello che dicono, ma è credibile?

Lasciare la Catalogna fuori dall’Unione Europea è una decisione politica, un avvertimento che può risultare credibile nella situazione attuale. Bene, se come nazioni non riconosciute dell’Europa decidessimo e riuscissimo a costruire i nostri stati, la situazione cambierebbe radicalmente in Europa. Ed anche il sistema delle decisioni politiche.

Non esistono protocolli sui nuovi stati. E neppure è regolato il procedimento di espulsione di quelli che già fanno parte dell’Unione Europea. Non ci sono trattati che proibiscono ad un popolo europeo di acquisire maggiori spazi di autogoverno, compresa la sovranità. E allora? Perché dovremmo avere problemi noi che pretendiamo di separarci e non quelli che vogliono restare nella Spagna?

C’è un altro punto fondamentale. Chi ha domandato alle e ai catalani/e se vogliono stare nell’Unione Europea? Ce l’hanno domandato ai baschi e alle basche?

Quante volte avremo udito“perché l’indipendenza? per piantare cavoli?”. Siamo ancora qui, nel ventunesimo secolo, nel cuore dell’Europa, protetti dal marchio Spagna. Facciamo i conti: due lavoratori e lavoratrici ogni dieci sono poveri, quattro ogni dieci hanno bisogno di un sostegno per coprire i bisogni primari perché il lavoro non mette al riparo dalla povertà. La metà dei disoccupati non dispone di alcun reddito o forma di protezione. Noi donne abbiamo più difficoltà di dieci anni fa per vivere senza dipendere da nessuno. Migliaia di giovani sono costretti ad emigrare. Molta gente dovrà scegliere tra mangiare verdura fresca o accendere il riscaldamento il prossimo inverno. Il problema non è l’indipendenza, ma il capitalismo selvaggio.

Annunciano una “catastrofe economica”. Dicono che le banche se ne andranno, che il capitale smetterà di investire. Ma questa è già la realtà. L’anno passato, in Euskal Herria (il paese basco), la maggioranza degli investimenti si realizzarono all’estero. Con la chiusura delle casse di risparmio hanno lasciato i nostri risparmi nelle mani dei privati, che possono andarsene quando vogliono. E questo rischio non è stato creato dagli indipendentisti e dalle indipendentiste, noi siamo contrari a questa operazione finanziaria. Questa non è indipendenza, è il capitalismo.

Parliamo di economia, di democrazia, della situazione sociale, però l’indipendenza è innanzitutto una questione di potere. Se un popolo detiene il potere di organizzare e di gestire le proprie risorse, dispone di un futuro migliore. Secondo il Governo di Urkullu, il compimento integrale dello Statuto supporrebbe 10 mila milioni in più sul bilancio della CAV. E la piena sovranità? Fate i conti. Se abbiamo bisogno di una ragione per rinunciare alla sovranità è quella di evitare (di rubare) la possibilità che ci offrirebbe di trasformare la realtà.

Rompere le catene e smettere di essere subalterno non è un rischio per un popolo che vuole la libertà. L’indipendenza non è una minaccia per il popolo ma per il potere. Ed è per questo che la élite economica, gli speculatori e la CEOE sono entrati nella campagna elettorale.

I prossimi anni saranno quelli decisivi. Si deciderà del modello territoriale. La Catalogna affronta questo momento politico con un processo in ebollizione. Gli spagnoli, da parte loro, con il proprio percorso di riforma e salvaguardia dell’unità territoriale. Come lo affrontiamo in Euskal Herria?

Il PNV ha già preso posizione: rinuncia alla sovranità. Anestetizza il dibattito con dichiarazioni di autogoverno e tratta con Madrid alle spalle della società. Una vera truffa.

L’indipendentismo basco deve avere proposte chiare per misurarsi con questa situazione politica.  Dobbiamo realizzare passaggi concreti verso la rottura, proposte sovraniste per costruire nuove realtà, iniziative politiche che diano protagonismo alla società.

L’indipendenza sta al centro del dibattito, che non lo rinchiudano in Euskal Herria. Diamo inizio alla discussione che stabilisca il prossimo passo e disegniamo il percorso. Questo è ciò di cui ha bisogno il processo sovranista.

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